Rassegna stampa, Scuola

da TUTTOSCUOLA – Smartphone e didattica: ecco perché è un binomio che funziona

Quando andavo a scuola io, tutte queste diavolerie (che sarebbero tablet e smartphone) non esistevano e neanche ne sentivamo la mancanza (ovviamente, se non esistevano) e a scuola andavamo lo stesso”. Oppure: “Dove andremo a finire? Presto i cellulari prenderanno il posto dei libri, povera scuola”. Su Facebook, piovono commenti simili a quelli riportati, con centinaia di like e messaggi di approvazione. Perché cambiare la scuola? Che bisogno abbiamo di usare gli smartphone, quando gli studenti hanno nei libri, penne e quaderni (peccato che l’inchiostro e il calamaio ormai non siano più di moda), un riferimento autorevole? Addentrandoci nella nostra ricerca assistiamo anche a timidi tentativi di riflessione “Perché non provare? In molte scuole già si fa”, ma i commenti negativi fioccano e i più si arrendono. Tranne che per i gruppi specifici, dove l’attenzione alla didattica e alla tecnologia è elevata e costante (un esempio su tutti, la pagina della Classe Capovolta del prof. Maglioni), la proposta dell’uso degli smartphone avanzata dalla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, sembra non destare interesse, né benevolenza alcuna.

Dalla nostra breve ricerca realizzata su Facebook, emerge un quadro abbastanza chiaro: a molti, per fortuna non a tutti, dei docenti italiani l’idea dello smartphone non va giù. Ciò che più colpisce, e che forse deve far riflettere, è che per manifestare tutta la loro rabbia, questi docenti utilizzano proprio un social network, e lo fanno per confrontarsi, ragionare, trovare soluzioni a problemi. Proprio le stesse motivazioni che sono alla base dell’invito della Ministra.

Partiamo da un dato di fatto scontato. L’uso dei cellulari, intesi come strumento didattico, deve essere considerato come una possibilitàun’opzione possibile e non l’unica strada per promuovere il processo di insegnamento apprendimento in classe. Si tratta di alternare metodi innovativi e strategie tecnologiche, ad altri approcci più tradizionali, con l’obiettivo di accompagnare ogni studente al proprio successo formativo.

Imparare a scegliere la strada migliore, quella in grado di non lasciare indietro nessuno, è forse questa la sfida principale della scuola italiana. Perché allora non partire da ciò che tutti gli studenti hanno in tasca? Perché non accompagnare lo studente verso un uso didattico, educativo, di un strumento che ha grande potenzialità, ma anche incredibili rischi? Lo smartphone, in altre parole, può essere sia strumento didattico, che fine educativo.

Attraverso i loro cellulari i nostri alunni si incontrano, si fidanzano, si innamorano (l’ordine di queste prime tre attività è sparso), prendono appuntamenti per la serata, a volte leggono un libro o parte di esso, più spesso guardano video e fotografie. Essendo uno strumento così importante, è necessario che ci sia un’educazione e un’attenzione della scuola, verso un uso corretto e adeguato. La scuola può tirarsi indietro da questa sfida?

Ciò che forse maggiormente spaventa i docenti è forse il fatto di non avere il controllo sui loro alunni, il rischio di perdere la loro attenzione. Sappiamo però, che ad oggi il livello di attenzione è molto basso, e sembra che un adulto, dopo circa 10 minuti, non sia in grado di seguire un discorso nella sua lingua madre. Un adulto. Immaginiamo un adolescente, abituato a comunicare usando una pluralità di codici diversi, alternando immagini, a video, a riflessioni di vario genere. Probabilmente manca nel nostro paese una formazione capillare sull’uso delle nuove tecnologie ed i docenti, nel dubbio di fallire, preferiscono non rischiare. È comprensibile. Però la scuola e la società, da sempre, sono legate da un processo osmotico di interscambio continuo ed è impossibile che le grandi innovazioni sociali non entrino, in un modo o nell’altro, nella scuola. Partiamo dai nostri alunni, dalle loro competenze, rendiamoli maestri, tutor, formatori. Partiamo dalla loro curiosità, dalla richiesta di capire il presente, dallo slancio verso il futuro.

Partiamo da loro e con loro. E se c’è campo, mandiamo anche un invito tramite WhatsApp.


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